Libertà civili / blog

Da un’idea di libertà…

STARE a casa, pornhub gratis, w l’italia

Alcune considerazioni inattuali per la definizione di uno stato asociale fuori dal 650 cp; 438 cp (scritte da casa, ovvero dove pago l’affitto):

  • La responsabilità individuale è collettiva. La diffusione della bozza di DPCM ad organi di stampa stranieri per far rientrare la notizia senza filtri istituzionali e senza la possibilità di essere spiegata ha alimentato le divisioni interne fin dall’inizio di questa storia. Dove non si può più dare la colpa al migrante che di fatto salvava tutti i subalterni, alcuni mezzi di comunicazione, per fortuna non tutti, ritornano a favorire la dialettica imposta dall’emergenza: leghisti che sperano di far abbassare il costo delle pensioni con l’esodo dalla “loro” terra di giovani meridionali le cui famiglie fanno a gara a disperdere, identità che si costruiscono nella diaspora, in un limbo dove casa è sempre una realtà interiore fatta di memorie e desideri;
  • E se non dovessero bastare le divisioni per origine non ci si fa mancare il bollino, l’etichetta, la denuncia, la delazione per rendere il fenomeno più capillare. L’azione più spregevole che si possa fare con una persona malata è definirla per la sua malattia. Stessa cosa se la malattia è presunta. Non una razionale consapevolezza della propria condizione ma uno status appiccicato dalla considerazione della massa, senza distinguo di qualità, causa, causa efficiente, comprensione. Per inciso, la fuga dei cervelli ha prodotto la maggior parte dei medici e dei professionisti che stanno salvando vite ad oggi ma non si pensa ai loro sacrifici o a quelli delle loro famiglie, alle reti sociali e di comunità che cambiano in virtù del denaro, della possibilità di poter mangiare, pagare un affitto, essere mentalmente lucidi e non alienati dal lavoro alla vita. Ma parliamo con scherno di fuga dei cervelli, il nostro ego da “sono rimasto a casa” farà stare meglio i rimpianti. Meglio non scivolare sullo specchio di un’atavica “questione meridionale” mai risolta. Meglio non ricordarlo all’ingegnere che porta la pizza di Just Eat mentre cantiamo l’inno di Mameli con i vicini. Abbiamo difficoltà a riconoscere le caratteristiche che ci accomunano, figuriamoci se siamo capaci di valutare cosa è meglio per emanciparci. Meglio non fare gli auguri quest’anno per il Nawroz a quel medico curdo tanto simpatico che dorme sotto il prossimo portico, non ci sono più fogli per autocertificare la sua dignitosa resistenza.
  • Chiamare la polizia e usare la delazione, utilizzare un talloncino da mettere fuori alla porta per indicare gli infetti (…non ce la faccio, mi fa schifo!) farà sentire qualcuno più uguale degli altri, esorcizzerà la paura per un secondo ma tranquilli che si torna ad essere subito i cacasotto di sempre. Lo stato di eccezionalità in cui ci ritroviamo non annulla lo stato di diritto che consente allo stato di eccezione di esistere. Governare l’eccezionalità attraverso la limitazione delle libertà personali e non solo, attraverso la loro sospensione, non legittima comportamenti securtari da parte dei pari che valichino l’utilizzo della forza pubblica. Tradotto: se mi ferma la polizia sono consapevole di quali sono i miei doveri di cittadino e le mie responsabilità civili. Non ho bisogno personalmente che me le spieghi nessun pari o associazione o chiunque non sia una figura prevista temporaneamente dalla legge per farlo. Qualsiasi limitazione proveniente da un pari è da considerarsi extra legem e quindi non si è tenuti a rispettare la prescrizione e il relativo autore…fra le altre cose utilizzare l’esercito per funzioni di polizia ha un costo, comporta un gravame per un sistema che già si definisce in crisi. Tale peso economico per una spesa transitoria potrebbe essere utilizzato per un miglioramento strutturale del comparto sanità, aumentare posti letto, assumere personale, investire in tecnologia e ricerca , ma noi preferiamo l’autorità alla ragione. Il virus presto o tardi andrà via, l’esercito quel giorno sarà per le strade delle nostre città a contenere migliaia di ex lavoratori? Sperando non ci sia bisogno di spiegare che stare a casa in questi giorni è un atto dovuto alla comunità;
  • Lavoro come assistente sociale e appartengo a una comunità professionale eterogenea. E’ vero, non si può avere la pretesa di appiattire le posizioni del singolo alle prerogative di una professione ma rispondiamo a delle precise regole che rendono la nostra funzione eticamente valida e sostenibile. Nessun professionista può permettersi di cavalcare l’onda di questa condizione privativa dei diritti per legittimare comportamenti razzisti atti a non accogliere i bisogni e favorire stereotipie sociali che una volta insinuatesi, come i virus, infettano i luoghi di lavoro e l’idea stessa di comunità e che non vanno contenute o limitate, vanno schiacciate. Siamo davanti ad un razzismo a due velocità: la prima che lo porta a dichiararsi pubblicamente, la seconda che continua a nascondersi ma che alimenta subdolamente la prima. Nostro compito è orientare l’incertezza e non favorirla;
  • Se è vero come credo che le identità non si cristallizzino mai (speranza e desiderio) abbiamo a che fare con delle rappresentazioni da abbattere al più presto appena ci si sveglierà da questo pericoloso incubo. L’esercito per strada, la quarantena, il coprifuoco, l’isolamento, l’incapacità del singolo di astrarsi dalla società per far parte della comunità, di allontanarsi dall’egoismo che lo fa sentire dentro una scatola fatta di muri o di vagoni di treno piuttosto che in condivisione con gli altri da sé. No mi spiace non basta un tricolore sul balcone;
  • Già che ci siamo proviamo a ricordarci di chi si dimostra solidale nei confronti delle condizioni di estremo disagio che stiamo attraversando come sistema. Ricordiamoci da dove provengono le donazioni che in questo periodo stanno rafforzando i servizi sanitari, già precari in molte aree d’Italia. Provengono da paesi che anche se oggi vivono profonde contraddizioni, sono stati attraversati dallo spirito libero dell’egualitarismo, lo stesso spirito che mi piace credere abbia fondato  la repubblica nella quale viviamo, in cui non dobbiamo pagare un’assicurazione per avere un tampone in virtù di saldi princìpi e non a caso, perché siamo fortunati. Se durerà ancora per un po’ credo che non dovremmo solo imparare a conviverci, con il virus intendo ma dobbiamo provare a convivere noi e per noi riflettendo sui mondi che vogliamo abitare e ricominciando a plasmarli.

Segui il mio blog

Ottieni i nuovi contenuti, spediti direttamente nella tua casella di posta.